25 Aprile: discorso del Presidente ANPI Buccinasco

27 04 2009

di Armando De Giovanni

Celebriamo quest’anno il 25 aprile in una situazione molto difficile per l’Italia, non solo per la grave crisi economica e sociale che essa attraversa, ma anche per i pesanti attacchi all’ordinamento democratico e costituzionale.

Una crisi economica mondiale che arriva da lontano, qualcuno afferma essere iniziata trent’anni fa. Non lo so. Ma certo so, ed è sotto gli occhi di tutti, che è una crisi che andrà molto lontano.
I dati, drammatici, sono chiarissimi:
migliaia di lavoratori stanno perdendo il posto di lavoro;
le risorse per la cassa integrazione sono agli sgoccioli;
milioni di lavoratori precari nel nostro paese, che già in condizioni “normali” vivevano nell’ansia di un futuro perennemente incerto, oggi sono prostrati dalla certezza che un futuro, loro, non ce l’avranno;
il prezzo degli affitti alle stelle e l’impossibilità o la paura di accendere un mutuo per acquistare un appartamento spingono le famiglie nei vicoli ciechi della disperazione;
aumenta quotidianamente l’ampia schiera delle famiglie che passano sotto il livello di povertà.

Occorre un piano di interventi forte e coraggioso se vogliamo scongiurare un epilogo tragico di questa crisi:
l’immediata moratoria dei licenziamenti;
lo stanziamento di ingenti fondi per la cassa integrazione e la sua estensione a tutti i lavoratori compresi i precari;
misure drastiche per calmierare il mercato immobiliare, sia nelle vendite sia negli affitti;

Lo reclama il Paese, lo impone la nostra Costituzione quando afferma che
l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1)
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3)
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto (art. 4)
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35)
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa (art. 36)
Solo per citarne alcuni.

Questa crisi economica, già di per sé particolarmente grave perché mondiale, perché strutturale, questa volta, rischia davvero di produrre effetti stravolgenti per il nostro Paese perché rappresenta l’ultimo colpo di coda di una crisi ben più ampia e generalizzata nei confronti della politica, delle istituzioni, di ogni idealità, dei sentimenti di altruismo e solidarietà e conduce la popolazione verso una deriva antidemocratica ed autoritaria che, da una parte tende ad una semplificazione della politica (un solo uomo “forte”, decisionista, non limitato dai lacci e lacciuoli del parlamentarismo, della rappresentanza, del bilanciamento democratico dei poteri) e dall’altra induce ad una visione ultra individualista che condanna ogni singolo individuo alla solitudine e all’impotenza politica.

Da qui l’attualità della ricorrenza del 25 aprile, della festa della Liberazione.
Non celebrazione rituale e retorica ma momento di riflessione: antidoto e monito all’individualismo, alla barbarie, alla dittatura, alla guerra.
Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo rischiando e offrendo la propria vita per la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia, principi sui quali costruire la futura convivenza civile,
furono proprio questo:
antidoto e monito all’individualismo e alla barbarie.
Essi anteposero il Bene Comune al bene personale, al bene individuale.
Anzi fecero di più: sacrificarono il bene personale al Bene Comune.
E questa scelta estrema, anziché spaventare e allontanare la gente, l’attrasse a sé.
La Resistenza diventò in breve tempo lotta di popolo.
Operai e contadini soprattutto, ma anche impiegati e artigiani, insegnanti e professori, medici avvocati e ingegneri, preti e militari, cattolici comunisti liberali e socialisti. In una parola:
ANTIFASCISTI.
E allora, a questo riguardo, concedetemi di rispondere brevemente a quel gruppo di deputati che il 23 giugno 2008 hanno presentato una proposta di legge, la 1360, denominata Istituzione dell’Ordine del Tricolore … e che pretenderebbe di concedere l’onorificenza di “Cavaliere” a coloro “ che hanno prestato servizio militare … nelle forze armate durante la guerra 1940-45…, o nelle formazioni partigiane o gappiste… agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramento o di prigionia, NONCHE’ ai combattenti nelle formazioni dell’esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945.”

Ecco, vorrei rispondere con le parole pronunciate da Monsignor Gianfranco Bottoni al Campo della Gloria di Milano il primo novembre del 2007:
[…] In questo luogo proclamiamo la gloria di chi ha rischiato e perduto la vita combattendo per valori di giustizia e libertà, di uguaglianza e democrazia.
Questi valori sono infatti principi sui quali si fonda il patto costituzionale che ha dato vita alla nostra Repubblica, nata dalla Resistenza partigiana e consacrata dal sangue dei Caduti nella guerra di Liberazione nazionale. Siamo qui pertanto per dare espressione civile e laica all’esigenza, che è di ogni società, di rifarsi ai propri fondamenti. Un’esigenza indispensabile per non perdere di vista l’unità nazionale e la coscienza democratica.
[…] Allora non possiamo e non dobbiamo confondere la “pietas” cristiana con la “pietas” civile. Le due diverse prospettive di “pietas” si devono tenere distinte, senza contrapporle come alternative, secondo la stessa visione cristiana, che distingue l’ambito spirituale da quello temporale. La prima (quella cristiana) apre i cuori a non fare distinzione tra defunti, ma a sperare e pregare per tutti indistintamente. Non altrettanto farà la “pietas” civile. Per la società civile è doveroso non mettere tutti i morti sullo stesso piano.
[…]Che gli uni e non gli altri siano sepolti e onorati in questo Campo della Gloria non è conseguenza delle ragioni di forza di cui disponevano i vincitori sui vinti. È invece la civica “pietas” ad esigerlo, perché la città libera e democratica ha tra i suoi padri soltanto coloro che hanno scelto di combattere per liberarla e restituirla alla sovranità popolare. Né qui né in altro luogo della nostra città, medaglia d’oro della Resistenza, il pur apprezzabile desiderio di promuovere la riconciliazione nazionale dovrà portarci a mettere tutti i morti sullo stesso piano, cadendo in una sorta di “relativismo della memoria” […].

All’inizio del mio intervento ho accennato ai “pesanti attacchi all’ordinamento democratico e costituzionale”.
In quest’ultimo anno abbiamo assistito, come guardando il mondo dalla finestra:
Alla limitazione del diritto di sciopero per il pubblico impiego;
Alla direttiva Maroni sulle limitazioni del diritto a manifestare in aree particolarmente simboliche sotto il profilo culturale, sociale e religioso;
Al lodo Alfano sull’impunità delle tre più importanti cariche dello Stato;
Alle scuole differenziate per i bambini stranieri;
Alla possibilità per i medici ospedalieri di denunciare i clandestini curati in ospedale;
Agli attacchi violenti alla nostra Costituzione definita “Sovietica”;
Al metodico scardinamento degli equilibri tra Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica;
Ai continui attacchi alla Magistratura e al potere giudiziario.
Tutti provvedimenti e atteggiamenti che stridono, per usare un eufemismo, con i Principi della nostra Carta Costituzionale e ci stanno conducendo, passo dopo passo, lentamente, verso forme di “democrazia autoritaria” preoccupanti e intollerabili.

E’ necessario un rinnovato moto d’orgoglio, è necessario che le donne e gli uomini di questo Paese rialzino la testa, si scrollino di dosso quell’apatia che li attanaglia, quell’indifferenza che li neutralizza.

Scriveva Antonio Gramsci nel 1917 riguardo all’indifferenza (da “Odio gli indifferenti”):
“Credo che vivere voglia dire essere partigiani […].
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
[…]L’indifferenza è il peso morto della storia. […] L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
[…]Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, […] avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare[…].
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. […] Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, […]chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?” […].

E dunque, in questo 25 aprile:

Torniamo a vivere! Torniamo ad essere “cittadini e partigiani”!

Viva il 25 aprile, viva la Repubblica, viva la Costituzione.

Buona Liberazione a tutti!
Grazie.

Buccinasco, 25 Aprile 2009
A.N.P.I. Buccinasco
Il Presidente
Armando De Giovanni

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31 03 2010
Notizie dai blog su Comunicato sulla cancellazione della Resistenza e dell'Antifascismo dai testi scolastici.

[…] 25 Aprile: discorso del Presidente ANPI Buccinasco di  Armando De Giovanni Celebriamo quest’anno il 25 aprile in una situazione molto difficile per l’Italia, non solo per la grave crisi economica e sociale che essa attraversa, ma anche per i pesanti attacchi all’ordinamento democratico e costituzionale. blog: Rifondazione Comunista Buccinasco | leggi l'articolo […]

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