Uccidono gli atenei del sud, la chiamano meritocrazia

4 08 2009

di Fabio de Nardis (Responsabile nazionale università e ricerca Prc)

Il Governo dà il via libera alla ripartizione del fondo premiale di 525 milioni destinato alle università “virtuose” ed è subito polemica. La Gelmini lo spaccia come un grande risultato. Finalmente le Università vengono premiate in base ai risultati ottenuti sul piano della ricerca e della didattica, eppure non mancano le contraddizioni. Quasi tutte le Università del mezzogiorno subiranno un ulteriore diminuzione delle risorse già ridotte ai minimi termini dalla legge 133 che, ricordiamolo, prevede un taglio dei finanziamenti pubblici pari a 1,5 miliardi di euro. Risultati eccellenti li ottengono invece alcuni atenei del Nord, come l’Università di Trento o i Politecnici di Milano e Torino. Un duro colpo lo ricevono Università prestigiose come La Sapienza di Roma (il più grande ateneo d’Europa), l’Orientale di Napoli, l’Università di Bari e di Perugia. Eppure, andando a guardare i parametri di valutazione, ci rendiamo conto come le carte siano truccate.
In merito alla qualità della ricerca, si è tenuto conto per il 50% delle valutazioni del Civr relative al triennio 2001-2003, penalizzando le Università più giovani, come quella di Foggia che nasceva un paio di anni prima. Un altro 50% della valutazione si è basato sul criterio dei finanziamenti ottenuti da enti esterni o dalla Comunità europea. Questo parametro privilegia le Università monotematiche, come sono appunto i Politecnici, rispetto alle Università generaliste che coprono ogni campo dell’umana conoscenza, dalle scienze fisiche alle scienze umane e sociali. Inoltre va detto che scrivere un progetto di ricerca europeo non è facile, non basta un team di ricerca all’avanguardia. Occorre interpretare il linguaggio della burocrazia di Bruxelles anche grazie a strutture apposite in grado di accompagnare i ricercatori per tutto il percorso di compilazione del progetto. Il governo nulla ha fatto in questo campo. L’Università di Trento è stata lungimirante ma non va dimenticato che si trova in una Provincia a statuto speciale, in possesso di una quantità di risorse superiori a quelle di qualsiasi altro ateneo.
Nessuna considerazione è stata fatta sul contesto in cui alcuni atenei si trovano ad operare. Facile ottenere finanziamenti quando ci si trova in un territorio caratterizzato da un tessuto imprenditoriale e finanziario diffuso, diversa è la situazione in quelle provincie, quasi sempre meridionali, dove tali opportunità non esistono ma l’Università riesce comunque a svolgere il ruolo di stimolo allo sviluppo territoriale e di emancipazione sociale per migliaia di cittadini e cittadine.
Addirittura un parametro di valutazione è stato la quota di laureati che trovano un’occupazione a tre anni dal conseguimento della laurea. Eppure questo dato non dipende dagli atenei ma dal tessuto sociale. Se a Trento esiste complessivamente un tasso di disoccupazione poco superiore al 2% mentre nella maggior parte delle provincie meridionali supera il 15%, è chiaro che in queste realtà le opportunità sociali siano molto ridotte e non per responsabilità del sistema universitario. Nessuna considerazione viene poi fatta sul tipo di occupazione che sovente non corrisponde al percorso di studi scelto, ma di per sé rappresenta un ripiego, senza contare il numero oscuro dei lavoratori in nero, specie al Sud, che sono fuori statistica. Pesa poi la percentuale dei fuori-corso, che guarda caso sono perlopiù studenti lavoratori; o la quota di docenti interni, e non dunque presi a contratto, per coprire gli insegnamenti previsti nei corsi di laurea. Ma come pretende il governo di far sì che tutte le Università di adeguino a questi standard, di per sé opinabili, se poi taglia risorse e blocca i nuovi reclutamenti? Arriva a riguardo la notizia dello sblocco dei concorsi banditi il 30 giugno 2008, ci aspettiamo che il governo dia immediatamente mandato per la formazione delle commissioni, dopo aver fermato tutto per oltre un anno a causa di una riforma dei meccanismi concorsuali che alla fine poco incide sulle incrostazioni baronali presenti in tutti gli atenei italiani.
Insomma. Dietro a questa classificazione ben poco virtuosa, si nasconde il progetto regressivo di un governo che punta a distruggere l’Università pubblica valorizzando degli pseudo-poli di eccellenza che tagliano fuori centinaia di migliaia di studenti proletari che mai si potrebbero permettere la de-regionalizzazione o il pagamento di maxi-tasse come quelle che saranno applicate nei prossimi anni per far fronte ai pesanti tagli previsti dalla passata finanziaria.
Il risultato? Che grandi Università del centro-sud, all’interno delle quali si sviluppano settori di eccellenza, come La Sapienza di Roma, l’Università del Salento, l’Orientale di Napoli rischiano il fallimento, mentre al settimo posto nella classifica di virtuosità troviamo l’Università di Roma “Foro Italico” che con i suoi 2000 studenti e 60 docenti e la sola Facoltà di Scienze Motorie (ex Isef) otterrà un significativo incremento dei finanziamenti. Ma come dire, nell’era di Berlusconi, lo sport è la metafora della politica italiana. Cosa importa se interi dipartimenti di fisica, medicina e scienze tecnologiche chiuderanno nel giro di pochi anni? Ma il Governo non gioisca, il movimento è pronto a scaldare l’autunno.

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